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Omicidio Ravasio, niente perizia psichiatrica per la “mantide” di Parabiago. Sì a quella per Ferretti

Secondo la psicoterapeuta che segue Massimo Ferretti, l'uomo «pendeva dalle labbra» di Adilma. Via libera anche al supplemento di perizia per Igor Benedito

tribunale busto arsizio

Non sarà sottoposta a perizia psichiatrica per Adilma Pereira Carneiro, la cosiddetta “mantide” di Parabiago, a processo per l’omicidio dell’ex compagno Fabio Ravasio, ucciso il 9 agosto 2024 in un agguato orchestrato in modo da far credere che l’uomo fosse stato investito da un pirata della strada poi datosi alla fuga lungo la provinciale tra Busto Garolfo e Parabiago.

La Corte d’Assise di Busto Arsizio, presieduta da Giuseppe Fazio (a latere Marco Montanari), ha respinto la richiesta avanzata durante l’udienza di lunedì 9 marzo dai legali della donna, che nelle scorse settimane aveva negato ogni coinvolgimento nella morte del 52enne. Richiesta alla quale, peraltro, si erano opposte anche le parti civili e la Procura della Repubblica, con il sostituto procuratore Ciro Caramore che ha parlato di «assoluta, e per certi versi sconcertante, intempestività della richiesta», sottolineando come non ci sia «nulla che legittimi la richiesta»

La Corte ha dato invece il via libera al supplemento di perizia chiesto dalla difesa di Igor Benedito, il figlio della “mantide” al volante dell’auto che quel 9 agosto ha ucciso Fabio Ravasio: il 27enne sarà sottoposto a nuovi test, anche nell’ottica di valutare l’impatto dell’abuso di sostanze stupefacenti sul suo «grave disturbo di personalità». Anche per Massimo Ferretti, dopo che in aula è stata ascoltata la psicoterapeuta che lo segue fin da quando l’uomo si trovava in carcere, è stata disposta la perizia psichiatrica, finalizzata ad accertare la sua capacità di volere al momento dei fatti.

La professionista ha spiegato di essersi ritrovata di fronte «un uomo in stato di paura e angoscia per il futuro», che aveva intrapreso «un percorso di auto-responsabilizzazione», con «piena consapevolezza dell’agito terribile commesso» ma ancora con «difficoltà rispetto al pensiero magico». La psicoterapeuta, che si occupa in modo particolare di manipolazione all’interno di sette o comunque in situazioni che replicano meccanismi analoghi, ha inoltre messo in luce le ripercussioni che proprio il pensiero magico ha avuto sull’ex amante della “mantide”, cresciuto in un contesto familiare dove in tenera età era solito accompagnare la madre dalla cartomante.

La «predisposizione caratteriale» dell’uomo, secondo la professionista, unita al «momento esistenziale» che attraversava, ha fatto sì che nella sua esistenza ci siano stati un “prima” e un “dopo” rispetto all’incontro con Adilma Pereira Carneiro. Ferretti era infatti «intorno ai 50 anni, in una fase di vita esistenziale, aveva dei piccoli stress di tipo lavorativo e un inizio di conflittualità con quella che poi diventerà la ex moglie: un quadro che, abbinato alle credenze rispetto ai riti magici, ha fatto sì che venisse «intercettato nei suoi bisogni». Per Ferretti la psicoterapeuta ha parlato di «sequestro psicologico», una sorta di «recinto mentale all’interno del quale la vittima viene posta e non ha capacità cognitive libere di scelta». Ferretti, insomma «era in grado di comprendere, ma la sua volontà era coartata», secondo la professionista, che ha espressamente sottolineato che l’uomo «pendeva dalle labbra» di Adilma.

Cambia intanto il quadro accusatorio a carico di Fabio Lavezzo, compagno di una delle figlie delle “mantide” che secondo la ricostruzione della pubblica accusa avrebbe fatto da “palo” per l’omicidio: dalla contestazione di concorso morale in omicidio, infatti, la Procura della Repubblica è passata a quella di concorso morale e materiale. Proprio Lavezzo, peraltro, come Igor Benedito e Mirko Piazza, lunedì 9 marzo è tornato a rendere dichiarazioni spontanee davanti alla Corte d’Assise, soffermandosi soprattutto sulla sua «supposta presenza vicino al luogo dell’investimento». «Ho assunto la decisione autonoma, libera e consapevole di non andare oltre – ha ribadito Lavezzo -: ho deciso di non dare alcun segnale, di non bloccare il traffico, di non compiere alcuna manovra per segnalare il passaggio di Fabio. […] Ho interrotto io consapevolmente la catena delle informazioni necessarie per l’esecuzione dell’investimento».

Lavezzo, inoltre, ha ribadito di «non aver mai partecipato ad alcun incontro nel quale si pianificasse o organizzasse l’omicidio di Fabio Ravasio». «Dopo i fatti ho collaborato fornendo informazioni utili sui ruoli, dinamiche e contribuendo al ritrovamento dell’altro – ha aggiunto -. L’ho fatto, e l’ho fatto per primo, perché sentivo fosse giusto chiarire ciò che era accaduto. Riconosco di aver fatto errori di valutazione sotto il profilo umano e morale, ma nel momento decisivo ho scelto di fermarmi e di non partecipare».

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Leda Mocchetti
leda.mocchetti@legnanonews.com
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Pubblicato il 09 Marzo 2026
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