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Omicidio Ravasio, la versione della “mantide”: “Più facile accusare me, tutti hanno paura di Ferretti”

Adilma Pereira Carneiro, sottoposta all'esame della Corte d'Assise di Busto Arsizio, ha negato ogni coinvolgimento nella morte dell'ex compagno

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Molti di coloro che in questi mesi ha sfilato sul banco dei testi «hanno mentito», molte delle frasi intercettate non le avrebbe mai pronunciate, o comunque sarebbero state travisate, di fare del male a Fabio Ravasio non aveva motivo. Ha negato ogni coinvolgimento nella morte dell’ex compagno Adilma Pereira Carneiro, la cosiddetta “mantide” di Parabiago, che nella mattinata di lunedì 19 gennaio si è sottoposta all’esame della Corte d’Assise di Busto Arsizio presieduta dal giudice Giuseppe Fazio nel processo che la vede imputata per l’omicidio del 52enne.

“È più facile accusare me, tutti hanno paura di Ferretti

Davanti alla corte Pereira Carneiro ha negato di aver mai cercato di far passare i bambini nati durante il matrimonio con Marcello Trifone – tuttora legalmente suo marito – per figli di Fabio Ravasio, al quale sarebbe invece da ascrivere la volontà di farli passare per propri che lei avrebbe sempre accettato «perché lo rendeva felice», così come di essersi interessata alla pratica per il cambio di residenza, sempre da intestare alla vittima.

Soprattutto, la donna ha respinto ogni accusa di aver mai praticato rituali di magia nera, anche davanti alle intercettazioni snocciolate dal pubblico ministero Ciro Caramore, che durante l’esame ha citato conversazioni telefoniche durante le quali si parlava di «spilloni» e «chiodi» infilati in pupazzetti, di «terra di cimitero» e di «acqua di fogna» utilizzate per i riti. «La madre di mia madre era indigena, noi crediamo alla magia della luna, delle stelle, dell’aria, del fuoco: questa non è magia nera, sono cosa calmanti, la magia nera si fa con gli animali. Mi dispiace essere perseguitata per la mia religione».

In aula la pubblica accusa ha contestato ad Adilma Pereira Carneiro una serie di intercettazioni – di cui sono state lette le trascrizioni letterali – in cui Marcello Trifone viene “imboccato” dalla donna a raccontare una versione dei fatti per cui sarebbe stata sua la responsabilità dell’omicidio, maturato per gelosia nei confronti del loro amore nutrendo lui stesso dei sentimenti nei confronti di Fabio Ravasio. Responsabilità che l’imputata ha negato di aver cercato di attribuire al marito, pur rifiutandosi di spiegare le affermazioni intercettate e trincerandosi dietro il diniego di spiegare situazioni «intime» e «private». Così come ha negato di aver cercato di addossare l’omicidio al figlio Igor Benedito, riconducendo le affermazioni legate a possibili diminuenti della responsabilità per il ragazzo per la sua tossicodipendenza a conversazioni avute con un legale una volta intuito il coinvolgimento del figlio, proprio per proteggerlo.

La donna davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio ha sostenuto anche di non essersi accorta dei mezzi guidati da Igor Benedito e Fabio Lavezzo sulla provinciale teatro dell’incidente mortale che procedevano incolonnati alle sue spalle, così come ha messo in discussione la dinamica degli spostamenti emersa dalle registrazioni delle telecamere. Quanto alla raffica «affannosa e serrata di chiamate» tra lei e la figlia proprio nei minuti in cui Fabio Ravasio era appena stato investito, sarebbero da attribuire alla gestione dei suoi numerosi animali. E nemmeno le chiamate con il “pai de santo” in Brasile, sempre più frequenti mano a mano che si avvicinava la data dell’omicidio, sarebbero legate al delitto.

Adilma Pereira Carneiro ha respinto ogni addebito anche rispetto alle intercettazioni legate ad un possibile esame del DNA per i due figli più piccoli, così come ha negato di sapere che la Opel nera fosse stata nascosta, dicendosi «sorpresa» per il ritrovamento. Davanti alla contestazione delle accuse mosse a suo carico dal suo stesso figlio Igor Benedito, la donna ha addossato ogni responsabilità all’ex amante Massimo Ferretti, oggi a sua volta imputato nel processo per l’omicidio di Ravasio: «Mio figlio è stato usato da Ferretti. Non avevo movente per fare del male a Fabio, ma è più facile accusare me perché io sono inoffensiva, tutti hanno paura di Ferretti». Paura che secondo la ricostruzione della “mantide” sarebbe da ricondurre alle amicizie tra le Forze dell’Ordine e alle frequentazioni con gli ultras del Milan a suo dire vantate dall’uomo e al giro di spaccio legato al bar.

L’esame della donna davanti alla Corte d’Assise riprenderà nel pomeriggio.

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Leda Mocchetti
leda.mocchetti@legnanonews.com
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Pubblicato il 19 Gennaio 2026
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