“Il ragazzo e la bicicletta”, la riflessione delle Barbara Melzi sui recenti fatti di violenza a Milano
A partire dalle parole di Gilbert Cesbron, il collegio docenti delle scuole secondarie dell'Istituto Barbara Melzi sviluppa una riflessione sui fatti di violenza avvenuti a Milano, interrogandosi sul futuro dei giovani e sul ruolo degli adulti
«Quando un ragazzo ruba una bicicletta, che cosa importa alla società? La sorte della bicicletta? O quella del ragazzo?»: diceva così negli anni ’50 lo scrittore e filosofo francese Gilbert Cesbron nella sua opera “Cani perduti senza collare”. Cesbron scriveva queste righe guardando alla gioventù parigina della seconda metà del Novecento, la generazione dell’immediato dopoguerra, fatta di ragazzi lasciati allo sbando, chiamati a costruire da sé il proprio futuro in un presente incerto; ma ancora oggi, a oltre 70 anni di distanza, il suo interrogativo è quanto più attuale. Pur a fatica, pur esitanti, ci costringe, proprio come faceva il romanziere di Parigi nei suoi scritti, a chinarci con sincerità e commiserazione sui misfatti del nostro tempo, sulle miserie e, addirittura, sulle violenze.
È infatti su questa linea di pensiero che si sviluppa la riflessione dal collegio docenti delle scuole secondarie dell’Istituto Barbara Melzi rispetto ai recenti disordini che si sono verificati a Milano: fatti gravi, ingiustificabili, ma che destano domande alle quali non è possibile volgere lo sguardo altrove con indifferenza, invitando invece a guardare oltre, ad adottare una nuova prospettiva per interrogarsi sul futuro dei giovani e sul ruolo degli adulti. Link al post sulla pagina dell’Istituto Barbara Melzi.
Il ragazzo e la bicicletta
«La speranza non si genera da sola, ma nasce dalla forza che le persone hanno per immaginare un futuro diverso, anche nelle situazioni più dure. […] La speranza è l’ultima libertà che niente e nessuno può togliere»: sono parole scritte da una studentessa di seconda liceo.
Libertà, speranza, futuro: parole che sembrano così lontane dai fatti accaduti in questi giorni nelle nostre città ad opera di ragazzi giovani e giovanissimi. Fatti che raccontano di rabbia, distruzione e violenza. Sono fatti da condannare senza esitazioni, ma sono fatti che destano domande, che devono interrogare giovani e adulti.
Nel romanzo “Cani perduti senza collare”, Gilbert Cesbron scrive: «Quando un ragazzo ruba una bicicletta, che cosa importa alla società? La sorte della bicicletta? O quella del ragazzo?». Senza voler minimizzare i fatti accaduti, perché sono fatti e come tali devono essere giudicati, occorre chiedersi che cosa importa veramente alla società: la sorte della bicicletta o quella del ragazzo? Se è vero che spesso assistiamo alla fatica dei ragazzi a distinguere tra modo reale e mondo digitale (digitale, non virtuale), è altrettanto vero che occorre, nel mondo reale, ascoltare questa rabbia disordinata e violenta. Chi è arrabbiato non è felice, chi è arrabbiato grida, urla, spacca.
Ma perché tutta questa rabbia? Anche Manzoni ne parla: «Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di far qualcosa di strano e di terribile». La rabbia è spesso il segno che l’uomo sta prendendo sul serio le proprie ferite e le proprie domande di giustizia, felicità e verità. Anche se a volte l’uomo (il ragazzo) non ne è consapevole, e esprime in un impeto distruttivo questa esigenza fondamentale. Ma questo impeto, è ancora il Manzoni a ricordarcelo, genera il male per due volte: il male di chi ha commesso l’ingiustizia e il «male che fa nascere nell’animo di chi subisce». Se questa rabbia è una domanda disordinata di cambiamento, occorre che si trasformi in energia e trovi ascolto e spazio attraverso quelle modalità di convivenza civile che fanno la differenza tra le belve e le persone. Le domande di giustizia, felicità e verità dell’uomo, infatti, non trovano solo nel canale della rabbia la loro espressione: quando incontrano adulti capaci di accoglierle, di prenderle sul serio perché certi che il bene che i ragazzi stanno cercando esiste, esse sono il seme di esperienze di una bellezza che affascina e che colma di stupore.
Ieri, mercoledì 21 ottobre, nelle stesse ore, studenti e docenti della nostra scuola raccontavano dell’esperienza del Presidio scolastico di Libera “Marcella Di Levrano” e dello spettacolo “Dante il mantra della pace” che ospiteremo venerdì 30 ottobre.
Il Presidio è nato da un incontro con una donna coraggiosa che ha mostrato agli studenti che il dolore può diventare un seme che porta frutto e che vale la pena impegnarsi per cambiare il mondo. Nella sua Commedia, Dante si mette in cammino perché, lasciata la Selva oscura, trova in Virgilio una guida sicura. Persino quando la paura sembra prevalere, come nel canto XXVII del Purgatorio, in cui Dante si trova a dover attraversare un muro di fuoco, Virgilio indica al Poeta un bene più grande per cui vale la pena rischiare e sfidare le fiamme che lo separano da Beatrice. E Dante va.Certamente la bicicletta è importante, ma è la sorte del ragazzo, della sua libertà e del suo futuro che ci interrogano davvero.
Il collegio docenti delle scuole secondarie dell’Istituto Barbara Melzi









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