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Alla Liuc Linda Laura Sabbadini: “I numeri rendono visibili le disuguaglianze”

All'ateneo di Castellanza il confronto su violenza di genere, lavoro e autonomia economica con la celebre studiosa di statistiche sociali, già direttrice dell’Istat

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Alla Liuc di Castellanza il tema delle disuguaglianze di genere è stato affrontato partendo dai dati, ma con uno sguardo che va ben oltre la dimensione tecnica. Al centro dell’incontro Linda Laura Sabbadini, esperta di statistiche sociali e già direttrice dell’Istat, che ha riportato l’attenzione sul valore pubblico dei numeri quando riescono a illuminare ciò che per anni è rimasto ai margini: la condizione delle donne, il lavoro di cura, la qualità della vita, le forme più nascoste della dipendenza economica.
La celebre studiosa, che ha dialogato con il professore di economia aziendale e consigliere Istat Federico Visconti, è intervenuta nell’ambito dell’incontro “Quando i dati fanno rumore: le statistiche di genere” a cui hanno partecipato: Giulia De Candia, dirigente Ufficio territoriale Area Nord-Ovest Istat, Arianna Carra, Ufficio territoriale Area Nord-Ovest Istat, Eliana Minelli, professore associato di Organizzazione aziendale e delegata a Next generation e inclusione Università Liuc e Chiara Gigliarano, professore ordinario di Statistica economica Università Liuc.

LA GRANDE RIVOLUZIONE

Nel dialogo ospitato dall’università, Sabbadini ha insistito su una trasformazione che definisce epocale. «Negli ultimi quarant’anni – ha sottolineato la studiosa – c’è stata una grande rivoluzione nella statistica che ha messo al centro le persone con i loro bisogni, la loro qualità della vita. Prima le donne non erano considerate, così come i bambini e gli anziani non erano misurate, perché al centro c’era l’economia».
Per lungo tempo l’attenzione della statistica ufficiale è stata concentrata quasi esclusivamente sui grandi indicatori economici, inflazione, imprese, Pil (Prodotto interno lordo), mentre le persone, con i loro bisogni concreti, restavano sullo sfondo.
La svolta arriva all’inizio degli anni Novanta, quando nelle statistiche sociali entrano finalmente soggetti fino ad allora poco considerati o non misurati adeguatamente, come donne, bambini e anziani. Da quel momento, il punto non è più soltanto misurare la ricchezza prodotta, ma capire come vivono le persone. È in questo passaggio che, secondo Sabbadini, i numeri acquistano una funzione decisiva. Perché i numeri non parlano da soli, ma diventano strumenti per rendere leggibili i cambiamenti sociali e per orientare le scelte pubbliche.

LA DIPENDENZA ECONOMICA

Senza dati, fenomeni enormi rischiano di restare invisibili. E tra questi c’è anche la dipendenza economica, che Sabbadini richiama come una forma di violenza sottaciuta, spesso meno evidente di altre ma capace di incidere profondamente sulla vita delle donne e sull’equilibrio delle comunità. Il tema si intreccia direttamente con il lavoro. Sabbadini ha ricordato come la sottoutilizzazione dell’occupazione femminile rappresenti non solo una ferita sul piano dell’equità, ma anche uno spreco di capitale umano prezioso. «Il problema – ha osservato la studiosa – non riguarda soltanto il Mezzogiorno. Certo, nel Sud i livelli di occupazione femminile sono più bassi, ma anche le regioni del Nord, comprese quelle economicamente più forti, restano lontane dai livelli di altri grandi Paesi europei».

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IL LAVORO E LA CURA DELLA FAMIGLIA

«Ci sono stereotipi di genere che vanno combattuti – ha ribadito Sabbadini – e non si sta facendo molto per combatterli e poi c’è un problema anche di servizi, cioè le donne si trovano in una situazione di sovraccarico del lavoro di cura, di divisione dei ruoli asimmetrica e più degli altri paesi e quindi pagano un prezzo più alto se lavorano».
Dentro questo quadro si colloca la riflessione proposta da Eliana Minelli, professore associato di Organizzazione aziendale , delegata Inclusione e Next generation  dell’Università Liuc che ha fatto riferimento al progetto LISA (Learning, Inclusion, Salary, Ageing) per trasformare le disuguaglianze in opportunità.
La ricerca studia gli effetti locali delle interazioni di quattro dimensioni della disuguaglianza (Opportunità di apprendimento permanente, Inclusione nel mercato del lavoro, Divario retributivo, Invecchiamento della forza lavoro) sulla competitività delle imprese e sul mercato del lavoro dell’Insubria italiana.
Il documento mostra che anche dove il divario di genere si riduce, il tasso di disoccupazione delle donne resta sistematicamente più alto di quello maschile e il tasso di inattività femminile si mantiene superiore di almeno una decina di punti percentuali, segnalando una criticità strutturale del mercato del lavoro locale .

IL GENDER PAY GAP

Il gender pay gap in Lombardia non riguarda solo la paga base, ma si allarga soprattutto nelle componenti accessorie della retribuzione, cioè nella parte più discrezionale e meno trasparente: straordinari, premi, superminimi, incentivi. Pesano inoltre la segregazione occupazionale, la penalizzazione legata alla maternità, il part-time e modelli organizzativi ancora costruiti sulla continuità della presenza più che sulla qualità della prestazione.

I NUMERI FANNO EMERGERE I CAMBIAMENTI

Quando l’intreccio tra bassa partecipazione al lavoro e gap retributivo erode l’autonomia femminile, la disuguaglianza può trasformarsi in vulnerabilità sociale e in terreno favorevole alla violenza economica.
Se i numeri servono dunque a raccontare i cambiamenti, servono anche a far emergere ciò che per troppo tempo è stato considerato secondario.

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Pubblicato il 25 Marzo 2026
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