Marco Mancini e i servizi segreti: “Così abbiamo sventato l’11 settembre italiano”
L’ex dirigente di Sismi e Aise, a Varese per la presentazione del libro “Le regole del gioco Dal terrorismo alle spie russe: come il controspionaggio offensivo ha protetto gli italiani”, intervistato a Radio Materia
Abbronzato, ben rasato, cappotto e orologio portato a destra, stretta di mano generosa, e occhi negli occhi.
Ex dirigente dei servizi segreti italiani, protagonista di operazioni di alto profilo e di vicende giudiziarie che hanno fatto discutere l’opinione pubblica (il rapimento dell’human di viale Jenner a Milano, Abu Omar e, l’inchiesta sui dossier illegali di Telecom Italia).
È Marco Mancini, l’uomo dei Servizi, della foto scattata mentre fa scendere Giuliana Sgrena dall’aereo all’aeroporto di Ciampino, il 5 marzo 2005, che ha attraversato alcune delle stagioni più delicate della sicurezza nazionale.
Arruolato nell’Arma dei Carabinieri nel 1979, si forma nella sezione speciale anticrimine di Milano voluta dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, negli anni più duri del terrorismo interno. Nel 1984 entra nel servizio segreto militare, il SISMI, dove costruisce una carriera nel controspionaggio e nel contrasto al terrorismo internazionale, fino a dirigere strutture operative anche all’estero, a Vienna.
Oggi è in pensione e presenta il suo libro, “Le regole del gioco Dal terrorismo alle spie russe: come il controspionaggio offensivo ha protetto gli italiani”, ospite di Radio Materia grazie allo speciale interessamento del presidente della Associazione nazionale carabinieri di Varese Roberto Leonardi.
Mancini, allora quali sono “Le regole del gioco”: di cosa parla il libro?
«Prima di tutto grazie dell’invito. È bello tornare in un luogo che sa di scuola, ma per parlare fuori dalla scuola. Le regole del gioco racconta come il controspionaggio offensivo abbia permesso di proteggere gli italiani. Ripercorro le mie prime esperienze nella sezione speciale anticrimine di Milano: era una struttura quasi clandestina dentro l’Arma, con le stesse regole di prudenza e riservatezza dei gruppi che combattevamo. È lì che mi sono formato».
Dopo l’Arma cosa accade?
«Nel 1984 entro nel SISMI. Dopo l’11 settembre 2001 mi viene affidata la responsabilità di una struttura che si occupava di controspionaggio, controterrorismo e contrasto alla criminalità organizzata transnazionale. Ho diretto operazioni anche all’estero, poi sono stato trasferito a Vienna. Rientrato in Italia, ho guidato una struttura amministrativa del comparto intelligence. Nel 2021, dopo un incontro che racconto nel libro, ho perso il mio incarico» (si riferisce controverso incontro in un autogrill con Matteo Renzi, episodio che ha preceduto il suo definitivo congedo dall’intelligence ndr).
Quali rischi corre oggi l’Italia?
«Il libro descrive le funzioni tipiche del controspionaggio: prevenire minacce e aggressioni alla sicurezza nazionale. Il punto centrale è il fattore umano. La tecnologia è fondamentale, ma è l’essere umano che legge tra le righe. Un satellite vede, ma non interpreta. Un drone osserva, ma non comprende. Il fattore umano sì. Oggti il rischio più grande che corre l’Italia si chiama Putin».
Ha parlato del 2001. Oramai storia. Quanto la tecnologia ha cambiato il lavoro dei servizi?
«Rispondo con un episodio emblematico, prima di arrivare al punto. Nel 2004 ricevemmo informazioni su un piano di Al-Qaida per colpire l’ambasciata italiana a Beirut con 300 chili di esplosivo, sequestrando e decapitando diplomatici europei. Attraverso attività HUMINT – solo fonti umane – individuammo e arrestammo 42 terroristi, compreso il loro capo, ricercato da CIA e Mossad. Sequestrammo esplosivi e armi. Evitammo quello che sarebbe potuto essere un “11 settembre italiano”. Senza droni, senza satelliti. Solo con persone sul campo».
Dunque tecnologia o relazioni?
«La tecnologia è essenziale, ma non sostituisce l’uomo. Anche il 7 ottobre ha dimostrato che si può colpire evitando i canali tracciabili. Se non hai persone dentro le organizzazioni, non sai cosa sta accadendo».
Come valutava una persona? Cosa si guarda in chi ti si presenta davanti?
«Non incontro mai qualcuno senza averlo studiato prima. Osservo il profilo: atteggiamenti verso la famiglia, verso sé stesso, perfino verso la natura. Chi collabora per la sicurezza nazionale deve avere qualità superiori. Non si recluta il primo che passa: servono persone che forniscano informazioni verificabili e decisive».
Secondo lei l’opinione pubblica comprende il vostro lavoro?
«In generale sì. I servizi italiani sono molto stimati all’estero. Negli anni Settanta, per esempio, un nostro capocentro a Beirut riusciva a essere stimato sia dai palestinesi sia dagli israeliani. È una cifra tipica italiana: farsi stimare da mondi contrapposti, lavorando nell’ombra e nel silenzio».
Quali sono le regole dell’intelligence?
«Ombra, riservatezza, oculatezza. Sono le stesse regole di una buona indagine di polizia giudiziaria. Non si parla inutilmente, nemmeno con i colleghi. Si agisce e si dimostra con i fatti».
Come si entra nei servizi segreti?
«Oggi non saprei dirlo con precisione. Ai miei tempi il percorso era diverso. Ora esistono canali ufficiali attraverso le strutture di coordinamento».
Una colonna sonora della sua vita?
Sorride. «Hurricane di Bob Dylan».










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