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UNA CARRIERA DISTRUTTA DALLA BUROCRAZIA

Che storia paradossale! Un professore del Liceo Galilei in pensione deve restituire allo Stato 70mila euro in soli 5 anni per compensi accordatigli in passato e oggi non più riconosciuti - In una lettera la sua disperazione...

 

(m.t.) – Una vicenda incredibile. Una storia  paradossale di come la burocrazia può cancellare una vita di lavoro e condannare un cittadino a immensi sacrifici anche quando, giustamente, dovrebbe trascorrere serenamente gli anni di meritata pensione.

Sfortunato protagonista un docente del Liceo Scientifico Galilei di Legnano, il prof. Antonio Petazzi, uno dei  70mila e più dipendenti ATA (Amministrativo, Tecnico Ausiliario) e ITP dei Comuni e delle Province in servizio nelle scuole statali trasferito nel 2000 alle dipendenze dello Stato. 

In definitiva, il prof. Petazzi andrà in pensione a 65 anni, dopo 41 anni di servizio. Essendo però transitato allo Stato, dopo anni di dipendenza dalla Provincia di Milano, secondo l'art. 8 L. 124 del 99, con il medesimo profilo professionale, risulta fortemente penalizzato poichè, dopo ricorsi e controricorsi vinti (2) e persi (1), si trova ad avere una pensione calcolata solo su 15 anni di anzianità (anzichè 41) e a dover restituire ben 70.000 Euro (settantamila!) in 5 anni: tutto ciò con trattenute di circa 1200 € mensili da una  pensione di circa 1500 €.

Tale forte penalizzazione deriva dal non riconoscimento dell'intera retribuzione percepita quale dipendente provinciale e quindi da un profilo retributivo di livello inferiore nel passaggio alle dipendenze dello Stato.

In una lettera, di cui pubblichiamo l'intero testo, il professor Petazzi, che a Legnano è particolarmente apprezzato e stimato da colleghi e studenti, esprime tutta la sua disperazione e un suo senso di impotenza, ai quali risulta davvero difficile restare insensibili.


Sono un ITP (insegnante tecnico pratico) ex enti locali (prov. di Milano), transitato nei ruoli statali senza possibilità di giusta opzione nel 2000 (art. 8 legge 124  3 maggio 1999),  ho 65 anni e a settembre sarò in pensione contro la mia volontà.

Nel 2005 ho avuto una ricostruzione di carriera a seguito di sentenze di 1° e 2° che riconoscevano i miei diritti e la mia anzianità giuridica ed economica all’epoca del transito nei ruoli statali (sono entrato nei ruoli provinciali nel lontano 1974 e quindi nell’anno 2000 avevo un’anzianità giuridica ed economica di 25 anni). 

Ora, per effetto del "COMMA 218", che voi ben conoscete, subirò una “decostruzione” di carriera (ma sarebbe più realistico parlare di distruzione di carriera) che dimezzerà la mia anzianità giuridica ed economica. Dopo un lungo contenzioso, l’infame “COMMA 218” (art.1 legge 23 dicembre 2005, n. 266, finanziaria 2006) cancellava definitivamente, con effetto retroattivo, il riconoscimento completo dell’anzianità giuridica ed economica maturata nell’ente: anzianità professionale o parametrale che dir si voglia suddivisa tra il cosiddetto “maturato economico” (residuo fossile di un epoca ormai lontana in cui lo stipendio dell’ente provincia era strutturato grossomodo come lo stipendio statale) e varie voci accessorie (incentivazione, produttività, progettualità), ben note al legislatore e alle organizzazioni sindacali, e che sostituivano in buona sostanza la progressione di carriera in scaglioni dello stato essendo parametrate e distribuite a pioggia a tutti i lavoratori.

Il “COMMA 218” riconosce solo il “maturato economico” (bloccato da anni) ignorando completamente le suddette voci accessorie; tutto questo è stato confermato (incredibile e diabolico) dalla Corte Costituzionale rendendo inutili le precedenti sentenze della Corte di Cassazione per tutti quelli, come me, che ancora non avevano una sentenza passata in giudicato.

Dopo una vita lavorativa di 44 anni (6 anni pre-ruolo, 38 anni ruolo) mi verrà riconosciuta un’anzianità professionale, se sarò fortunato, di 20 anni; pensione e TFS subiranno un'insostenibile decurtazione. 

Nel contempo mi è stato comunicato che riceverò un'ingiunzione a "risarcire" lo stato per un ammontare di circa 70.000 EURO (cifra inspiegabilmente molto superiore alla somma degli importi netti ricevuti dopo la giusta ricostruzione di carriera)  in 5 anni 5 senza possibilità di dilazione; date le circostanze, una vera e propria estorsione che cancella ogni principio di eguaglianza fra chi, come me, ha svolto una buona parte del suo lavoro alle dipendenze dell’ente provincia e chi invece ha sempre lavorato alle dipendenze dello stato.

Il mio lavoro è considerato, per principio, meno dignitoso dello stesso lavoro svolto da altri colleghi con pari qualifica e pari anzianità e quindi non degno di ricevere lo stesso compenso e tutto questo (mortificante) con l’acquiescenza della Corte Costituzionale.

Io sono un modesto servitore dello stato, dello stato di diritto nel quale ho sempre creduto e per il quale ho sempre cercato di dare il meglio di me; non sono un mafioso, non sono un evasore, non pratico abusivismi, non pratico progetti eversivi, non pratico furberie travestite di giurisprudenza e non ho nulla da chiedere che non vada oltre il riconoscimento dei miei diritti di cittadino e lavoratore.

Ecco come si toglie brutalmente di mezzo fisicamente, psicologicamente e moralmente una persona e la sua famiglia condannandoli a vivere con 300-400 euro mensili dopo una vita di lavoro.

Sono così disperato e umiliato che sarei disposto a lavorare fino a 80 anni o a trascorrere, paradossalmente, uno o più anni di carcere pur di veder riconoscere i miei diritti e la mia dignità di cittadino e di lavoratore. Sarà difficile continuare a condurre una vita dignitosa dopo questo accanimento persecutorio da parte di un triste e tristo mostro burocratico al guinzaglio di uno stato-leviatano. Ho una figlia che non potrà compiere il secondo ciclo di studi universitari; dirò a mia figlia di cercare lavoro in un altro paese perché questo è un brutto paese.

Antonio Petazzi

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Pubblicato il 26 Luglio 2012
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