Violetta, due diagnosi a dieci anni di distanza e la filosofia di prendere la vita come viene
La perdita della madre, il sostegno della cognata Graziella, dei figli e degli altri affetti: una storia attraversata dalla scelta di affidarsi ai medici e continuare a costruire nuovi progetti
Due diagnosi oncologiche a dieci anni di distanza, i cambiamenti nel lavoro e nella vita, gli affetti a cui aggrapparsi e, più recentemente, l’incontro con le 0048. Nel podcast del gruppo nato nei reparti oncologici di Varese, Violetta ripercorre la propria storia, dal primo tumore al seno scoperto nel 1999 al carcinoma alla tiroide diagnosticato nel 2009. Un racconto personale che oggi diventa occasione di condivisione con altre donne.
La malattia entra nella sua vita per la prima volta nel 1999. In quel periodo Violetta lavora in fabbrica, nel settore delle confezioni, e porta avanti la quotidianità insieme alla famiglia e ai figli. La diagnosi è quella di un tumore al seno e dà inizio a un percorso di cure che affronta cercando di continuare a guardare avanti.
Il padre e il ricordo della madre
In quella prima esperienza ha un ruolo centrale la storia della sua famiglia. Violetta aveva perso la madre nel 1970, quando aveva soltanto 27 anni. Una perdita che aveva segnato profondamente anche il padre, rimasto solo e diventato negli anni particolarmente diffidente nei confronti della medicina.
È proprio lui a diventare uno degli “appigli” di Violetta durante il primo tumore. Lo porta con sé alle sedute di chemioterapia, trasformando in qualche modo la propria battaglia anche in un messaggio rivolto al padre: dalla malattia si può provare a uscire, affidandosi alle cure e ai medici. Per Violetta c’è anche un’altra motivazione: evitare al padre un nuovo dolore dopo quello vissuto con la perdita della moglie.
Dieci anni dopo, il tumore alla tiroide
Nel frattempo la sua vita cambia. Dopo la prima malattia Violetta lascia la fabbrica e apre in società un bar-caffetteria, attività che porterà avanti per circa quindici anni.
Ed è proprio nel bar che, nel 2009, arriva quasi casualmente il segnale che porterà alla seconda diagnosi. Una dottoressa che frequenta il locale nota qualcosa che non la convince nelle sue condizioni e la invita a sottoporsi a una visita. Gli accertamenti portano alla scoperta di un carcinoma alla tiroide e al successivo intervento chirurgico.
Questa volta Violetta decide di proteggere il padre e di non raccontargli la diagnosi, per non riaprire una ferita mai completamente rimarginata. Se durante la prima malattia era stato lui uno dei punti ai quali aggrapparsi, nella seconda Violetta sente di dover trovare soprattutto dentro di sé la forza per affrontare il percorso.
“Prendere la vita come viene”
Nel podcast emerge più volte il modo con cui Violetta ha scelto di attraversare la malattia: affidarsi ai medici, evitare di lasciarsi dominare dalla rabbia e continuare a costruire progetti. Questo non significa affrontare tutto da sola. Accanto a lei ci sono i figli, il compagno e gli amici. Durante le terapie assume un ruolo particolarmente importante anche la cognata Graziella, presenza costante nel percorso di cura. Dopo la seconda malattia arriva un altro cambiamento. Violetta lascia il bar, torna ad Arcisate, il paese d’origine, e cerca una quotidianità più stabile. Riprende prima il lavoro in fabbrica e successivamente trova un impiego in Svizzera.
L’incontro con le 0048
Molti anni dopo arriva un’altra tappa importante: l’incontro con le 0048, gruppo nato dall’esperienza di donne passate attraverso i reparti oncologici di Varese e cresciuto attorno alla condivisione e a diversi progetti creativi. Violetta conosce Monica durante la presentazione di un libro. Da quell’incontro nasce il coinvolgimento nelle attività del gruppo, fino alla partecipazione a iniziative come la realizzazione di un calendario.
Per lei le 0048 diventano soprattutto uno spazio nel quale poter parlare apertamente. Le esperienze sono diverse, ma paure, controlli, attese e stati d’animo sono spesso comuni. Non serve spiegare tutto da capo e non c’è il timore di essere compatita. Anche raccontarsi davanti a un microfono assume così un significato particolare. Mettere in comune ciò che è accaduto diventa un modo per alleggerire il peso dei ricordi e, allo stesso tempo, trasformare un’esperienza personale in un messaggio rivolto alle altre donne.










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