Giovani e “maranza“: spazio e ascolto per prevenire il disagio
La serata a Materia ha lasciato un messaggio chiaro: per prevenire il disagio non bastano etichette o interventi emergenziali. Servono ascolto, presenza e luoghi in cui i giovani possano sentirsi visti, prima ancora che giudicati
Alla serata organizzata a Materia si è affrontato un tema tanto discusso quanto spesso frainteso: quello dei “maranza” e, più in generale, del disagio giovanile. Un confronto che ha messo al centro non le etichette, ma le persone, sottolineando l’urgenza di creare spazi di ascolto e opportunità concrete per i ragazzi.
A colpire è stata innanzitutto una domanda semplice, quasi disarmante: «Ma veramente sei qui per me? Davvero stai ascoltando me?». Un interrogativo che restituisce il senso di smarrimento di molti giovani e la loro sorpresa nel trovare adulti disposti ad ascoltarli davvero.
Durante l’incontro, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha ricordato come le istituzioni abbiano competenze sociali, educative e sanitarie fondamentali per affrontare il problema. I consultori, ad esempio, rappresentano uno strumento importante di sostegno alle famiglie, chiamate oggi a fronteggiare fenomeni complessi, spesso già esistenti ma ora più visibili e amplificati.
Un contributo concreto è arrivato dall’esperienza sul campo di Filippo Maroni, educatore del progetto Happiness presso l’oratorio San Vittore. Qui si è scelto di riaprire gli spazi ai ragazzi senza barriere: niente iscrizioni, nessun pagamento, solo la possibilità di entrare, stare insieme e parlare. Un luogo aperto nel pomeriggio dove, insieme ai giovani, si costruiscono opportunità come uno studio di registrazione o uno sportello di orientamento al lavoro.
«Bisogna capire il “prima” del fenomeno maranza», ha spiegato Maroni. «Spesso il comportamento eclatante è un modo per dire “guardami”. Noi cerchiamo di vederli prima, offrendo uno spazio che per loro non è affatto scontato». Proprio questo sorprende i ragazzi: trovare un luogo dove non devono consumare per restare e dove qualcuno li ascolta davvero.
Sul piano politico, Fontana ha invitato a evitare strumentalizzazioni: «Non è accettabile che la politica minimizzi o enfatizzi a seconda delle convenienze». Ha inoltre espresso forte preoccupazione per l’aumento delle richieste nei servizi di neuropsichiatria infantile, inclusi i disturbi alimentari: «È una generazione che rischiamo di perdere».
Il dibattito si è intrecciato anche con il libro “Piumini e catene. Storie di maranza” di Roberto Arditti e Alessio Gallicola , che raccoglie episodi di cronaca spesso associati al fenomeno. Tuttavia, è stato chiarito come queste storie riguardino comportamenti criminali specifici e non possano essere sovrapposte automaticamente alla categoria dei “maranza”, che include anche semplicemente uno stile, un linguaggio e un modo di vestirsi.
A introdurre e moderare l’incontro è stato Marco Giovannelli, direttore di VareseNews, che ha posto l’attenzione anche sui costi sociali legati all’affido dei minori, in particolare quelli non accompagnati. Su questo tema, Fontana ha sottolineato la necessità di una gestione più coordinata delle risorse, proponendo una “cassa unica” che superi la frammentazione tra fondi statali, regionali e comunali.
Un passaggio fondamentale, rispetto ad un tema di tale portata e delicatezza, è stato quello sul superamento dei pregiudizi. Come ricordato anche da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, che «non ci sono ragazzi cattivi»: dietro ogni gesto c’è una persona, una storia, e la società ha tutto l’interesse a non perdere nessun giovane.
Infine, è emerso il ruolo cruciale della scuola, chiamata a rinnovarsi attraverso nuove modalità educative che tengano conto del linguaggio dei ragazzi, degli spazi a disposizione, delle strutture sportive e delle regole condivise. Un approccio che non sia solo normativo, ma capace di costruire relazioni e senso di appartenenza.
La serata ha lasciato un messaggio chiaro: per prevenire il disagio non bastano etichette o interventi emergenziali. Servono ascolto, presenza e luoghi in cui i giovani possano sentirsi visti, prima ancora che giudicati.










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