Il fotogiornalismo racconta il mondo: dalla Striscia di Gaza al Donbass tra crisi dell’informazione e nuove narrazioni
L'Archivio Fotografico Italiano ha portato a Materia le storie dei reporter palestinesi, la guerra negata in Ucraina dal 2014, il reportage sociale. Per non smettere di guardare e comprendere
Una serata intensa, attraversata da immagini e testimonianze che interrogano il presente e il ruolo dell’informazione. A Materia Spazio Libero, a Castronno, l’Archivio Fotografico Italiano è stato protagonista di un incontro dedicato al fotogiornalismo, con Claudio Argentiero e il collegamento con Paolo Patruno, ideatore della mostra itinerante “Grand Refuge”.
In apertura Giorgio Albè – di Albé & Associati, che ha sostenuto la serata – ha evidenziato il senso della collaborazione con l’Archivio Fotografico Italiano e con il festival: «Diffondere una situazione così grave e così preoccupante come la realtà della guerra oggi è nell’interesse di tutti». Un impegno culturale che si traduce nella scelta di portare a Materia non solo una mostra, ma un’occasione di consapevolezza condivisa.
Il cuore della serata è stato il racconto del “Progetto Gaza”, introdotto da Claudio Argentiero. Un lavoro che nasce da una condizione precisa: l’impossibilità per i reporter stranieri di accedere al territorio.
«Il lavoro è stato svolto da fotografi palestinesi, fotogiornalisti professionisti che hanno documentato in modo diretto quello che accadeva», ha spiegato Argentiero, sottolineando come proprio questo limite abbia reso ancora più autentico e potente il racconto.
A raccogliere e diffondere queste immagini è stato Paolo Patruno, collegato durante la serata. L’idea della mostra nasce nell’ottobre 2024, di fronte a quella che lui stesso definisce una carenza informativa: «Vedendo l’assenza di informazione nei media tradizionali ho sentito la necessità di fare qualcosa».
Da qui la scelta di contattare direttamente i fotografi palestinesi: «Ho pensato di portare in giro fisicamente il lavoro dei reporter della Palestina. Non venivano solamente raccolte immagini, ma venivano raccontate delle storie».
Un’intuizione che ha dato vita a una rete ampia: sei fotografi coinvolti, oltre 60 città italiane raggiunte e migliaia di studenti incontrati in scuole e università.

Vite sospese tra guerra e ricostruzione
Le storie raccontate non si fermano alle immagini. Tra i fotografi coinvolti, c’è chi è riuscito a lasciare Gaza (come Shadi Al Tabatibi, arrivato in Italia nel 2025 come rifugiato) e chi continua a lavorare in condizioni estreme. Tre reporter sono ancora attivi sul territorio, documentando una realtà fatta di distruzione totale, assenza di servizi essenziali e isolamento sociale, soprattutto per i bambini. Un racconto quotidiano che restituisce la complessità di una crisi che si protrae nel tempo.
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Dalla Gaza all’Africa: la maternità tra vita e morte
Il lavoro di Paolo Patruno si estende anche ad altri contesti, come quello africano, dove da anni documenta la mortalità materna. «In Malawi la gravidanza viene tradotta come “tra la vita e la morte”», ha raccontato. Un’espressione che sintetizza una condizione drammatica: centinaia di migliaia di donne che ogni anno muoiono per complicazioni legate al parto.
«Sono numeri da guerra, ma sono temi poco conosciuti», ha aggiunto, sottolineando come il fotogiornalismo possa portare alla luce realtà spesso invisibili.

Un mestiere che cambia: dalla cronaca al racconto
Ampio spazio è stato dedicato anche all’evoluzione del fotogiornalismo. Argentiero ha tracciato un quadro netto della situazione attuale, segnando la distanza rispetto al passato, dai tempi in cui Franco Zecchin (di cui è stata proposta un’intensa selezione di scatti, con commento musicale) e Letizia Battaglia documentavano “sul campo” le guerre di mafia a Palermo negli anni Ottanta. «Il giornalismo in Italia è morto, perché i giornali non pagano più e i fotografi non possono più vivere di reportage», ha affermato, evidenziando come oggi i professionisti siano costretti a lavorare su progetti a lungo termine o per testate estere.
Non solo. Anche l’accesso ai luoghi di conflitto è cambiato radicalmente: «Se pensate di poter arrivare a fotografare le scene di guerra da vicino è quasi impossibile oggi».
A questo si aggiunge una trasformazione tecnologica che ha ridefinito il ruolo del fotografo: «La cronaca ormai è fatta con il cellulare. Chiunque scatta immagini sul posto e queste vengono vendute per pochi euro».
Un cambiamento che ha spostato il baricentro del lavoro: dalla documentazione immediata alla costruzione di narrazioni complesse, sviluppate nel tempo.
L’esempio portato è stato anche quello del reportage di Giorgio Bianchi dedicato alla guerra civile nel Donbass, a partire dal 2014 e dagli scontri (a Kiev) di Euromaidan: le immagini restituiscono oggi la complessità di un conflitto che era legato anche alla presenza – dietro le quinte – della Russia, prodromo all’invasione del 2022.

Il valore delle storie
La serata ha attraversato anche altri scenari: dall’Ucraina alla Siberia, dalle rotte migratorie alle favelas brasiliane. Tutti esempi di un fotogiornalismo che oggi si misura con nuovi modelli di produzione e finanziamento, ma che continua a cercare il proprio senso nella capacità di raccontare.
Un filo comune che tiene insieme i lavori presentati e che restituisce al pubblico una consapevolezza più ampia: quella di un mondo complesso, che non può essere ridotto a immagini veloci e consumate.










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