Cinque anni fa l’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, la famiglia aspetta ancora la verità
Oggi ricorre il quinto anniversario dell’agguato in Congo in cui persero la vita l’ambasciatore, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo. Mentre a Limbiate la comunità si stringe nel ricordo con una messa solenne, la famiglia non si arrende e presenta nuovi nomi alla Procura di Roma: «L’Italia è sotto ricatto».
Il rintocco delle campane della chiesa di San Giorgio, a Limbiate, ha segnato questa mattina l’inizio di una giornata carica di commozione. È domenica 22 febbraio e la comunità si è ritrovata unita per celebrare una messa in onore di Luca Attanasio, il diplomatico che proprio tra queste strade era cresciuto prima di portare l’Italia nel mondo.
Ma se la preghiera offre conforto, il tempo non ha scalfito il dolore, né ha messo a tacere quella domanda di giustizia che da cinque anni rimbalza tra le colline del Nord Kivu e le aule giudiziarie di Roma. Quello che doveva essere solo un giorno di memoria si è trasformato, ancora una volta, in un grido di battaglia per una verità che sembra sfuggire tra le pieghe della diplomazia internazionale e i silenzi di Stato.
Quel tragico mattino sulla strada per Rutshuru
Tutto ebbe inizio il 22 febbraio 2021. Il convoglio del Programma Alimentare Mondiale (PAM) su cui viaggiava l’ambasciatore fu assaltato in una zona considerata “sicura” ma infestata dalle milizie. Un tentativo di rapimento finito nel sangue lungo la strada che da Goma porta a Rutshuru. Insieme ad Attanasio, morirono il carabiniere scelto Vittorio Iacovacci, che tentò fino all’ultimo di proteggerlo, e l’autista congolese Mustapha Milambo. Un attacco che scosse il mondo e che lasciò l’Italia orfana di uno dei suoi servitori più giovani e brillanti, capace di portare il sorriso della solidarietà nei contesti più difficili.
L’ombra del ricatto e i nuovi nomi alla Procura
A cinque anni dalla tragedia, la vicenda giudiziaria resta un nervo scoperto. Sebbene la giustizia congolese abbia emesso condanne all’ergastolo per sei uomini, la famiglia Attanasio non ha mai smesso di denunciare le lacune di quel processo e le responsabilità dei “pesci grossi”. Come riporta oggi il Corriere della Sera in un lungo approfondimento, la battaglia legale sta segnando un nuovo, decisivo capitolo. I legali della famiglia sono pronti a consegnare alla Procura di Roma, titolare del fascicolo per terrorismo, un elenco di nomi inediti: persone che saprebbero o che addirittura erano presenti sul luogo dell’agguato, insieme a informazioni aggiuntive.
Si delinea uno scenario d’ingaggio inquietante, di cui parla il padre Salvatore proprio tra le colonne del Corriere. Si tratterebbe di un intreccio di «questioni, affari e malaffari fra Stati», dove la morte di un ambasciatore diventa il tassello di un puzzle molto più grande. Salvatore Attanasio usa parole durissime, citate dal quotidiano milanese, parlando di un’Italia «che si trova sotto ricatto altrimenti non si sarebbe comportata come si è comportata». Una dichiarazione che riaccende i riflettori sulla necessità, ribadita anche in sede parlamentare alla Camera dei Deputati lo scorso settembre, di riaprire con forza il caso per fare luce sulle omissioni di sicurezza e sui reali mandanti.
Il messaggio di Mattarella
Lo Stato non manca di far sentire la propria voce attraverso la massima carica della Repubblica. Il Presidente Sergio Mattarella ha rilasciato oggi una dichiarazione ufficiale per onorare la ricorrenza e richiamare al dovere della memoria: «Nel quinto anniversario della tragica uccisione dell’Ambasciatore Luca Attanasio, del Carabiniere scelto Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo, desidero esprimere sentimenti di partecipe vicinanza al dolore delle loro famiglie. La Repubblica Italiana conserva la memoria del sacrificio loro e di tutti coloro che hanno generosamente dato la vita nel servire le Istituzioni. Nel loro ricordo prosegue l’impegno italiano in Africa per la promozione dei valori di solidarietà e convivenza pacifica tra i popoli».






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