Bossi “grande narratore del Nord”: la parabola del Senatur analizzata da una politologa polacca
Uno studio dell'Università di Cracovia ripercorre la storia del fondatore della Lega: dalla creazione del mito della Padania alla capacità di comunicare in canottiera, fino al contrasto con la svolta di Salvini
Umberto Bossi non è stato solo un leader politico, ma un costruttore di immaginari collettivi capace di trasformare folklore e mitologia in consenso elettorale. È questa la tesi centrale dello studio “Umberto Bossi, The Great Narrator of the North and Promoter of Padania”, pubblicato sulla rivista scientifica Politeja a firma di Małgorzata Maria Fijał, docente presso l’Università Jagellonica di Cracovia.
La ricerca analizza come il fondatore della Lega Nord sia riuscito a catalizzare il malcontento e l’identità del settentrione attingendo a un repertorio fatto di “memoria storica, mitologia celtica e cultura tribale”.
Il “sincretismo unico” di un leader empirico
Secondo la professoressa Fijał, il successo di Bossi risiede in una cultura “non strutturata secondo standard accademici”, ma estremamente vasta ed empirica. Questo approccio gli ha permesso di ideare i riti che hanno segnato vent’anni di politica italiana: dal giuramento di Pontida al rito dell’ampolla con l’acqua alle sorgenti del Po.
Lo studio sottolinea anche l’abilità del Senatur nel manipolare la propria immagine per apparire autentico: l’uso della canottiera in pubblico, ad esempio, non era sciatteria ma un messaggio preciso di “autenticità” inviato alla sua base elettorale.
Evoluzione tattica e pragmatismo
Il “paper” ripercorre le tappe politiche di Bossi, evidenziandone la flessibilità tattica: l’autonomismo degli esordi; il separatismo dopo la rottura con Berlusconi nel 1994; il federalismo (fiscale e non) degli anni 2000.
Una parabola interrottasi bruscamente con le dimissioni del 5 aprile 2012 sotto il peso delle inchieste giudiziarie, aprendo la strada all’era di Matteo Salvini.
Il confronto: ideali contro utilitarismo
La parte finale dello studio si sofferma sul passaggio di testimone e sulla mutazione del partito, diventato sotto Salvini una formazione “fortemente conservatrice e nazionalista”.
La politologa polacca mette in luce l’esistenza di due correnti opposte: da un lato la figura di Bossi, descritta come “combattiva, coerente e basata sulla fede negli ideali regionalisti”; dall’altro la linea di Salvini, definita “puramente utilitaristica” e pragmatica. Un’analisi che, pur arrivando dall’estero, fotografa con precisione le tensioni identitarie che ancora oggi attraversano il mondo leghista.






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