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Fallita la Italdenim, l'azienda tessile amica dell'ambiente

Dichiarato il fallimento della Italdenim, storica azienda di Inveruno che ha prodotto jeans per i piú grandi marchi di moda, come Levis e Gas. Sessantotto i lavoratori (la maggior parte tra i 40 e i 50 anni) che riceveranno a breve la lettera di licenziamento mentre altri 30 dipendenti della Pure Denim (azienda che si occupa del comparto commerciale e di controllo qualità) saranno raggiunti, a catena, dallo stesso provvedimento.  A pieno regime i lavoratori erano 400 suddivisi in tre stabilimenti diversi.

Dopo un anno e mezzo di concordato fallimentare e l'utilizzo anche degli ultimi ammortizzatori sociali (al momento resta solo il contributo di disoccupazione), il Tribunale di Milano non ha approvato il Piano Industriale presentato dalla proprietà, mettendo fine a una storia durata 40 anni. A poco sono serviti gli sforzi messi in campo dall'azienda per innovare la produzione sviluppando una tecnologia ecologica, premiata anche da Greenpeace, che non impatta sull'ambiente. Nel reparto produttivo sono state ridotte le emissioni di Co2 e i jeans venivano prodotti senza l'utilizzo di sostanze tossiche, solo per fare due esempi: «Le Istituzioni - spiegano con amarezza le Rsu, intervenute nella conferenza stampa indetta dalla Cisl nella sede legnanese - non prevedono alcun incentivo per chi investe per innovare e non inquinare. In Turchia, non solo la manodopera è a basso costo ma ci sono leggi che consentono l'utilizzo di lavorazioni inquinanti come la sabbiatuta, metodo usato per scolorire quegli stessi jeans che poi vengono venduti in Europa dove la sabbiatura è vietata. I Clienti non sono pronti, prediligono chi fa loro pagare meno e noi siamo lasciati soli». Ma nonostante la  concorrenza spietata, Italdenim ha comunque sempre cercato di differenziarsi: «Quello che è mancato - proseguono le Rsu - è stato il tempo per sviluppare a pieno la nostra tecnologia. Siamo convinti che il nostro sia un prodotto vincentee ci appelliamo a chiunque voglia farsi avanti per rilevarlo e non farlo morire. Le potenzialità sono tante e ci crediamo». Un appello che Rsu e sindacati rivolgono a imprenditori illuminati pur rimanendo con i piedi per terra, consapevoli che al momento l'unico fatto certo è il fallimento decretato il 17 aprile scorso: «Come sindacato abbiamo fatto il possibile per scongiurare e posticipare la chiusura di questa azienda, ai cui titolari bisogna dare il merito di avere più volte risanato i debiti con capitale proprio - spiega Vito Zagaria componente della segreteria di comparto, Felca Cisl - Abbiamo sempre condiviso le scelte con i lavoratori con l'obiettivo di fare prendere loro gli ammortizzatori a disposizioneOra dobbiamo fare si che si velocizzino le procedure che accompagnano il fallimento recuperando più soldi possibili. Nell'ultimo anno e mezzo gli stipendi sono stati versati regolarmente ma lo scorso Natale i lavoratori sono stati quasi 4 mesi senza buste paga. Detto ciò, la speranza è sempre l'ultima a morire».

Una crisi, quella che ha colpito la Italdenim, che non è isolata sul territorio: la Zucchi di Rescaldina è in concordato fallimentare e anche il settore calzaturiero non naviga a vele spiegate. A Parabiago ha da poco dichiarato fallimento la Santino Quaglia, azienda che ha lasciato a casa una trentina di lavoratori ancora in attesa delle lettere di licenziamento, senza le quali non si piuò nemmeno presentare la richiesta di disoccupazione. 

(Valeria Arini)