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Festa dei defunti, Carducci e il ricordo del suo piccolo Dante

O tu che dormi là su la fiorita
collina tosca, e ti sta il padre a canto;
non hai tra l'erbe del sepolcro udita 
pur ora una gentil voce di pianto?

È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch'ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.

Ahi no! giocava per le pinte aiole,
e arriso pur di vision leggiadre
l'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l'adre
sedi accoglilo tu, chè al dolce sole
ei volge il capo ed a chiamar la madre.

Giosuè Carducci, "Funere mersit acerbo"

Domani (2 novembre) si celebra la festa dei defunti, l'angolo della poesia ospita una poesia che un padre, Giosuè Carducci, dedicò al suo piccolo scomparso, Dante. Il figlio di Carducci morì piccolissimo: aveva solamente tre anni quando fu stroncato, con tutta probabilità, dal tifo. Il lutto ovviamente straziò di dolore il gigante della letteratura italiana. Oltre alla devastante perdita del figlio, la sofferenza era raddoppiata dal fatto che il suo bimbo portava il nome del fratello tanto amato, Dante, morto a 20 anni in circostanze mai chiarite (due le versioni: suicidio o ucciso in una lite dal padre, che l'anno dopo si suicidò). Al piccolo Dante è dedicata anche Pianto Antico. 

«No, non è vero, che è meglio che sia morto: me lo volevo crescere e educare a modo mio, doveva sentire, pensare, lottare anche lui per il bene e per il vero. No, no: scambiare in sul primo entrar nella vita l’avvenire dell’esistenza per l’oscurità del non essere non è bene…» (Lettera di Giosuè Carducci a Ferdinando Cristiani, 14 novembre 1870).

(Chiara Lazzati)