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Una poesia d'estate, firmata Giosuè Carducci

Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide
mattinate; cominciano ad accordare in lirica
monotonia le voci argute e squillanti.

Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi;
poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove,
pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta
d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e
canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi
dei mietitori.

Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere
solitudini sul solleone, pare che tutta la pianura
canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino...

"Le cicale",
Giosuè Carducci

Giosuè Carducci è stato il primo italiano a vincere il premio Nobel per la letteratura. Era il 1906 e il riconoscimento dell'accademia svedese veniva conferito dal 1901. Carducci fu professore all'università di Bologna (ebbe come allievo anche Pascoli, per il quale testimoniò per via scritta a favore in un processo, definendolo incapace di delinquere in relazione ai fatti rivoluzionari imputati), senatore e riconosciuto come punto di riferimento culturale. Una figura quasi imbalsamata dalla storia della letteratura. A cui però contribuì anche lui stesso curando in maniera maniacale la sua opera omnia durante la vita. Eppure Carducci era un animo vivo, fiero e provocatore. Celebri l'inno "a Satana", elogio alla ragione, e le sue avventure amorose. E una sua frase, secondo cui le cose più degne e proprie dell'homo sapiens sarebbero «mangiare e bere il meno male e il più spesso possibile, giocare, amare, dir male del prossimo e del governo».

(Chiara Lazzati)