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"Non tutto quel ch'è oro brilla"

Non tutto quel c'è oro brilla
né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch'è forte non s'aggrinza
Le radici profonde non gelano.

Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L'ombra sprigionerà una scintilla,
Nuova sarà la lama ora rotta;
E re quei ch'è senza corona.

All that is gold does not glitter,
Not all those who wander are lost;
The old that is strong does not wither,
Deep roots are not reached by the frost.

From the ashes, a fire shall be woken,
A light from the shadows shall spring;
Renewed shall be blade that was broken,
The crownless again shall be king.

J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, 1966 (traduzione italiana a cura di Vicky Alliata di Villafranca, nell'edizione RCS Libri, 2000)

La poesia di questa settimana è particolare: non arriva da un libro di versi, ma di prosa. E si tratta di uno dei capolavori del fantasy: il Signore degli Anelli. Nella finzione a scriverla è lo stregone Gandalf, descrivendo Aragorn ("il re senza corona", l'erede della stirpe degli uomini allontanato dal suo regno che vive come un ramingo), mentre nella realtà dei fatti a scriverla fu John Ronald Reuel Tolkien, scrittore, poeta, professore universitario, filologo.

Tutto l'universo della Terra di Mezzo, universo immaginario in cui si sviluppa la storia de Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, nacque dall'amore per la letteratura e per i suoi figli. L'autore era solito inventare storie fantastiche per i suoi bambini. E così, dunque, nacque Lo Hobbit, da cui poi si sviluppò Il Signore degli Anelli. Un intero mondo per cui Tolkien inventò alfabeti, lingue, tradizioni. Un lavoro mastodontico.

Aragorn è l'emblema dell'uomo giusto e buono. Ultimo discendente diretto del Regno di Gondor, visse i primi anni in esilio, cresciuto dagli Elfi, non conoscendo la sua vera identità. Proprio gli Elfi gli daranno il nome di Estel, "speranza". E questa è la chiave di lettura di tutto il suo personaggio: anche nella notte più buia, c'è sempre speranza.

(Chiara Lazzati)