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Una poesia per la festa del papà

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

Camillo Sbarbaro (Pianissimo, Marsilio, 2001)

Per la Festa del Papà, che si celebra proprio oggi, l'angolo della poesia non poteva che ospitare un classico delle rime dedicate ai padri: "Padre, se anche tu non fossi il mio" di Camillo Sbarbaro. Ma chi era Carlo Sbarbaro, papà di Camillo? Carlo Sbarbaro era un ingegnere e un architetto ligure, profondamente amato dai suoi bambini Camillo e Clelia. La moglie Angiolina Bacigalupo morì presto, nel 1893, a soli 5 anni dalla nascita di Camillo, a causa della tubercolosi. Dalle due poesie che Camillo dedicherà alla figura paterna (insieme a quella in pagina, anche "Padre tu che muori tutti i giorni un poco") emerge il ritratto di un uomo con un animo di bambino, dalla scorza dura ma con un cuore tenero, retto, profondamente innamorato della sua famiglia e che si sacrificò per essa.

(Chiara Lazzati)