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Da parroco ai SS.Martiri a cardinale a Bologna: gli scritti di Giacomo Biffi in un libro

(c.l.) Una Legnano delle grandi fabbriche, i tempi d'oro della Franco Tosi e delle aziende tessili in cui «gli “straordinari” erano divenuti una necessità di ogni ordinaria settimana» e legnanesi gente di cui «la sobrietà, l’abitudine a cominciare presto la giornata, la schiettezza un po’ ruvida del linguaggio» erano le caratteristiche principali. Questo il quadro che emerge dagli scritti di Giacomo Biffi, ex parroco dei Santi Martiri diventato cardinale a Bologna, e ora raccolti nel libro "Cose nuove e cose antiche: scritti (1967 - 1975)" a cura del cerrese don Samuele Pinna (Università Cattolica) e Davide Riserbato (Pontificia Università Antonianum) con presentazione di monsignor Dario Edoardo Viganò.

I due curatori hanno voluto raccogliere gli scritti del cardinale risalenti ai primi anni di ministero sacerdotale nel milanese, di cui Legnano fu tappa fondamentale. «Non mi era mai capitato di andare a Legnano, neppure occasionalmente. Non che non meritasse: tra le città minori dell’arcidiocesi ambrosiana aveva una sua rilevanza e una sua fama» scrisse il cardinale, che aggiunse: «A Legnano avrei poi trascorso nove anni intensi e indimenticabili».

In queste pagine, scrivono i curatori, «si ritroveranno la stessa forza, la passione e l’umorismo che costituiscono il “marchio di fabbrica” dell’intera produzione del cardinale. Vi si troveranno parole nuove, giovani e fresche, proprio perché antica è la loro sorgente». Si potrà, poi, apprezzare «la pastorale chiara e concreta del parroco Biffi, cogliere i fermenti e le speranze dei primi anni del postconcilio, respirare le incertezze e il disorientamento che la società e la Chiesa negli anni della “contestazione” andava sperimentando».

Di seguito un'anticipazione del capitolo dedicato a Legnano di "Cose nuove e cose antiche" a cura di don Samuele Pinna e Davide Riserbato.


Don Giacomo Biffi, premiato da Neutralio Frascoli, nel 1961, per il 50° di fondazione della Parrocchia Santi Martiri, nell'Oltrestazione

LEGNANO

di G. Biffi, Cose nuove e cose antiche, pp. 23ss.

Non mi era mai capitato di andare a Legnano, neppure occasionalmente. Non che non meritasse: tra le città minori dell’arcidiocesi ambrosiana aveva una sua rilevanza e una sua fama.

Credo che allora la popolazione si aggirasse sui quarantamila abitanti; sapevamo tutti che appunto a Legnano si producevano le biciclette che ne portano il nome (le biciclette usate da Gino Bartali per le sue memorabili imprese).

Più ancora la città aveva un posto di riguardo nella storia patria: era perfino citata nell’inno di Mameli ed era stata celebrata da Giosue Carducci in quella Canzone di Legnano che, alla vista dei milanesi, faceva tramontare il sole a est, “dietro il Resegone” (tanto grande è la potenza dei poeti!).

La ragione di queste glorificazioni letterarie è la vittoria ottenuta nel suo territorio (tra l’Olona e il Ticino) sull’esercito imperiale di Federico Barbarossa da parte della Lega Lombarda, sorretta e benedetta dal pontefice romano Alessandro III.

Con tutto questo, Legnano io non l’avevo mai vista.

A Legnano avrei poi trascorso nove anni intensi e indimenticabili. Di essi rievocherò soltanto ciò che mi sembra degno di qualche attenzione.

1. L’ambiente

Il lavoro

La popolazione – che del mondo contadino aveva conservato alcune positive caratteristiche, come la sobrietà, l’abitudine a cominciare presto la giornata, la schiettezza un po’ ruvida del linguaggio – ormai da decenni era entrata risolutamente nell’epoca industriale. Varie erano le attività, ma su tutte spiccavano quelle metallurgiche, meccaniche e tessili. Tra le prime primeggiava per ampiezza e rilevanza la “Franco Tosi”, dalla quale erano poi germinate tante aziende minori. Le ultime (le tessili) – con una serie di fabbriche grandi e meno grandi – assorbivano gran parte della mano d’opera femminile; ma in quegli anni cominciavano ad avvertire le prime avvisaglie della crisi degli anni successivi.

C’erano ancora, disperse nelle varie corti, numerose fonderie artigianali, che già faticavano a trovare le maestranze per un lavoro così arduo e così insalubre. Assistere a una colata era uno spettacolo fascinoso, ma anche (per uno inesperto come me) abbastanza impressionante.

La “cultura del lavoro”

Al mio arrivo era ancora evidente e rigoglioso specialmente nella nostra regione il cosiddetto “miracolo economico”, che comportava una ricerca spasmodica di nuovi operai e un abituale ampliamento della giornata lavorativa: gli “straordinari” erano divenuti una necessità di ogni ordinaria settimana.

Ma la gente di Legnano non aveva atteso la congiuntura di emergenza per avere una sua tipica mentalità, tutta dominata dall’impegno del “fare”. Era un’autentica “cultura del lavoro”, per cui il gusto e la fierezza dell’opera eseguita a regola d’arte prevaleva sulla legittima e pur viva attenzione al guadagno personale. Quando un forestiero veniva presentato a un legnanese, si sentiva immancabilmente rivolgere come prima domanda: “Che mestee el fa?” (“Che mestiere fa?”); ogni vera conoscenza non poteva che cominciare di lì. Gli annunci funebri che, secondo l’usanza locale, venivano affissi sulle strade recavano subito dopo il nome del defunto la sua qualifica professionale: «Luigi Colombo, dipendente della “Franco Tosi”»; «Mario Bianchi, pensionato della “Manifattura”»; quasi come riconosciuti titoli di “nobiltà” che in quella circostanza sarebbe stato impensabile tralasciare.

Il decentramento ecclesiale

Sino alla fine dell’Ottocento Legnano costituiva una sola parrocchia, che aveva il suo centro e il suo cuore sulle rive dell’Olona, nel tempio bramantesco dedicato a San Magno, il vescovo di Milano da sempre patrono della città.

Nel giro di poco più di un decennio il territorio del comune fu diviso in quattro distinte parrocchie, con una preveggenza, bisogna riconoscere, assolutamente eccezionale: la più parte delle città minori dell’arcidiocesi ambrosiana ha atteso il secondo dopoguerra per erigere altri centri parrocchiali accanto a quello originario.

L’ultima a essere costituita a Legnano è stata proprio quella dei Santi Martiri Anauniani: il riconoscimento civile è del 1911, dopo che il cardinal Andrea Carlo Ferrari nel 1910 aveva già dedicato la chiesa.

Negli anni della mia permanenza le diverse comunità ecclesiali, conservando la loro autonoma vitalità, hanno ricercato una collaborazione tra loro sempre più stretta e cordiale, sotto la guida amabile di monsignor Giuseppe Cantù, prevosto di San Magno, del quale conservo un ricordo affettuoso e riconoscente. Le manifestazioni pastorali concordate e condivise si sono fatte via via più frequenti. Citerò a titolo esemplificativo la liturgia comune al cimitero a conclusione delle varie processioni, in occasione della Commemorazione di tutti i defunti; le Quarantore celebrate simultaneamente e concluse con una solenne messa nella piazza centrale della città; e soprattutto l’indizione di un’imponente e coinvolgente “Missione cittadina” nella primavera del 19691.

I Santi Martiri Anauniani

La denominazione è legata alla vicenda della vittoria sul Barbarossa. Il “carroccio” era stato prelevato dalla chiesa milanese di San Simpliciano, dove era custodito, e dove erano custodite e venerate anche le reliquie dei tre martiri della Val di Non, Sisinnio, Martirio e Alessandro. Ad essi la Lega si affidò per la rischiosa impresa che l’attendeva; e la vittoria fu conseguita proprio nel giorno della loro festa, il 29 maggio 1176. Sicché è stato abbastanza naturale attribuire alla loro intercessione il felice esito della battaglia.

In loro onore nel primo decennio del secolo fu costruita la chiesa, press’a poco nella località dove si ipotizzava che fosse avvenuto il fatto glorioso.

La parrocchia

I parrocchiani erano tredicimila. Il territorio della mia parrocchia comprendeva la parte della città che si estendeva a occidente della linea ferroviaria. I sottopassi erano allora remoti e scomodi, il passaggio a livello sulla strada principale era più facile vederlo chiuso che aperto; perciò la naturale attrazione della gente verso il centro cittadino non era favorita, e il nostro quartiere (detto “Oltrestazione”) godeva di una sua autonoma identità.

A qualche chilometro dalla casa parrocchiale c’erano tre “cascine” (come si continuava a chiamarle): ormai tre sobborghi con denominazione propria. A due di essi assicuravamo la messa alla domenica; non alla terza che poteva accedere alle celebrazioni della “Mater Orphanorum”, un istituto fondato e diretto dal padre Antonio Rocco, dell’Ordine dei Somaschi.

Col parroco collaboravano due valenti “coadiutori” (come vengono detti a Milano i “vicari parrocchiali”): uno, più che settantenne, che conosceva tutti, ed era benemerito per la sua azione personale di assistenza, di consiglio, di consolazione; l’altro, che già da undici anni dirigeva l’oratorio maschile con fermezza, esemplare dedizione e genialità.

La parrocchia era stata fondata da un sacerdote intelligente e santo, don Luigi Castelli, che l’ha guidata fino alla morte avvenuta nel 1937. Egli, che era vicario parrocchiale a San Magno, nel 1904 aveva cominciato la sua avventura nell’Oltrestazione con la costruzione di un piccolo edificio in onore della Madonna di Lourdes, che poi è stato saggiamente incorporato come dignitosa cappella nella vasta chiesa dedicata (come s’è detto) dal beato cardinal Andrea Carlo Ferrari nel 1910.

Non ho mai visto la mia chiesa vuota durante i riti che venivano proposti, nemmeno alla messa feriale delle ore sei del mattino. E questo mi ha molto aiutato e incoraggiato nella fedeltà al mio ministero.

Accanto alla chiesa erano vivaci e attivi l’oratorio maschile e l’oratorio femminile: “distinti e collaboranti”, secondo la formula sempre ribadita del cardinal Giovanni Colombo.

C’erano poi le quattro branche dell’Azione Cattolica: gli Uomini Cattolici, le Donne Cattoliche, la GIAC per i giovani, la GF per le ragazze. Le due associazioni giovanili erano naturalmente inserite nei rispettivi oratori e ne rappresentavano la parte più consapevole e operosa. Avevamo anche, cordialmente consonante con la vita della comunità, una sezione delle ACLI, alla quale indirizzavamo a tempo debito i nostri ragazzi e le nostre ragazze, in conformità alla loro prevalente appartenenza al mondo operaio.

Ecco, a grandi linee, il campo di lavoro che mi attendeva; per non parlare dell’ovvio impegno pastorale delle confessioni, dei battesimi, della preparazione al matrimonio, dell’assistenza ai malati, della celebrazione dei funerali.