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"Siamo prima esseri umani che medici": due primari si raccontano

La passione per la propria professione. Questo, soprattutto, è emerso in un doppio confronto con il dottor Roberto Stefini, Responsabile della Neurochiurgia dell'Ospedale di Legnano, e con il dottor Germano Di Credico, Capodipartimento dell'Area Cardiovascolare ASST Ovest Milanese. Entrambi, infatti, si occupano di parti del corpo fondamentali per la vita, rispettivamente il cervello e il cuore, e hanno sottolineato quale sia l'importanza del lasciarsi affascinare da quello che si fa, altrimenti si corre il rischio di diventare "freddi e cinici". I professionisti si sono posti sulla stessa linea per quanto riguarda diversi aspetti dell'essere medico, dall'etica professionale al rapporto con i pazienti; simile è poi l’interesse che hanno manifestato verso la specializzazione da loro scelta, un interesse che continua anche dopo numerosi anni di esperienza e che li motiva ad andare avanti ogni giorno.

Il ruolo del neurochirurgo – ha raccontato il dottor Stefini - è diverso rispetto a quello degli altri medici, poiché gestisce il cervello, e questo equivale a gestire la parte più nobile della persona, sia per le attività motorie che l’encefalo coordina, sia per la conoscenza e la memoria, di cui esso è protagonista. Ho scelto neurochirurgia perché mi piaceva l’ambito neurologico, parte della medicina poco conosciuta e ancora in gran parte da studiare”.

“Faccio una cosa che mi stupisce ogni giorno, - ha affermato invece il dottor Di Credico - e per questo mi piace sempre di più. La motivazione principale che mi spinge a continuare il mio lavoro non è il denaro, ma la missione stessa del medico. Quello che infatti mi affascina è che, se un malato riceve un buon intervento cardiochirurgico, poi guarisce: ed è questa la cosa più importante. Mi affascina poi che la cardiochirurgia sia una chirurgia ricostruttiva, e non distruttiva come molte altre”.

I due primari hanno sottolineato poi, tra gli aspetti più rilevanti, i diversi modi di reagire di fronte ai propri pazienti da parte di chi ha scelto la professione del chirurgo. Ci sono infatti alcuni che limitano al minimo la relazione con loro per non farsi coinvolgere e non rischiare di essere influenzati dalle emozioni nel proprio lavoro, altri invece che mostrano più un “lato umano”.

Io preferisco conoscere e legare con i miei pazienti, - ha affermato appunto Stefini - perché questo significa sentire di più la responsabilità, e per me questo vuol dire fare meglio. E’ certamente più difficile operare qualcuno con cui si ha avuto un percorso, e di cui, ad esempio, si sa che è padre di due bambini; proprio per questo motivo molti non vogliono nemmeno sapere il nome di chi si trova in sala operatoria, così da prendere più facilmente decisioni in caso di complicazioni”.

Di Credico ha concordato sulla necessità di relazionarsi con i pazienti: “Mi faccio coinvolgere, e penso che le emozioni siano fondamentali per andare avanti e resistere alla fatica del mio lavoro, che ogni giorno aumenta. Avrei certo difficoltà ad intervenire su una persona che conosco bene, ma di fatto alla fine si arriva a conoscere un po’ ogni individuo”.

Sempre per quanto riguarda il suo “essere prima un umano che un medico”, Stefini ha dichiarato di essere credente: “In più occasioni ho la sensazione che ci sia un disegno scritto su di noi, che siamo solo strumenti. A volte infatti non si hanno dubbi sul fatto che un’operazione andrà bene, e poi ci sono complicazioni; altre volte si corrono molti più rischi, ma alla fine tutto fila per il meglio”.

La fede nell’esistenza di un progetto divino non lo porta però a giustificare nulla con questa scusa, né a superare le cose quando vanno male: quello che per il dottore aiuta è solo la consapevolezza che si hanno  capacità che possono guarire gli altri.

Di Credico si è soffermato invece sulla necessità dell’affiatamento con l’equipe medica con cui si collabora: non si opera mai da soli, ma con una squadra di 3 persone, in cui almeno 2 devono essere allo stesso livello di preparazione e fornire lo stesso apporto del chirurgo principale. Per la riuscita di un intervento serve aiuto, e per questo bisogna lavorare con persone con cui c’è intesa.

La tecnologia risulta un fattore fondamentale nello sviluppo delle due discipline: dalla loro nascita, infatti, entrambe hanno avuto progressi non indifferenti.

La cardiochirurgia, - ha spiegato Di Credico - disciplina giovane rispetto alle altre (si parla degli anni ‘75-’80), in poco tempo ha fatto grandi passi, e ora ci misuriamo con l’essere sempre meno invasivi, nei termini di tagli più piccoli, fermare il cuore il meno possibile… Questo stimola continuamente, e bisogna tenersi aggiornati, poiché questa specialità continua a rinnovarsi”.

Nata negli anni ‘60-’70, invece la neurochirurgia si poneva come obiettivo che il paziente vivesse, mentre negli anni ‘80-’90 si mirava a permettergli di vivere in condizioni migliori dal punto di vista neurologico, per poi arrivare a condizioni migliori anche dal punto di vista della qualità di vita.

Questo passaggio - ha concluso Stefini - è stato consentito da una tecnologia che negli anni ha aiutato sempre di più, e noi siamo davvero ‘nani sulle spalle di giganti’: siamo in grado di ottenere risultati, prima solo da fuoriclasse, proprio grazie alla tecnologia”.

Infine, il primario di cardiochirurgia ha dato rilievo alla necessità della prevenzione nelle questioni di cuore nei giovani, e a questo proposito vorrebbe fare uno screening di I livello sui bambini delle elementari. Il progetto mira poi a dare indicazioni sull’alimentazione e lo stile di vita, così da sopperire ai frequenti problemi cardiaci che si manifestano nei ragazzi.

Federica Kulka