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Nessuna attenuante a chi uccide per compassione o pietà

Nessuna attenuante per chi uccide per compassione o pietà. Lo ha ribadito la prima sezione penale del Palazzaccio, che ha confermato il verdetto emesso da Corte di Assise e Corte di Assise d'Appello di Firenze nei confronti di un pensionato 88enne condannato a sei anni e sei mesi di reclusione per l'omicidio volontario della moglie.

L'uomo aveva sparato tre colpi di pistola alla moglie gravemente malata mentre era ricoverata all'ospedale di Prato, come aveva riconosciuto lui stesso in dibattimento. Omicidio per il quale i giudici di merito non avevano riconosciuto l'attenuante dei «motivi di particolare valore morale o sociale». E proprio dalla contestazione di questa valutazione muoveva il ricorso presentato dall'88enne a Piazza Cavour, sul presupposto che «secondo il sentire diffuso della comunità sociale, la partecipazione all'altrui sofferenza può essere vissuto, in casi estremi, anche con la soppressione della vita sofferente».

La ricostruzione, però, non ha convinto gli Ermellini. «La nozione di compassione rappresentata in ricorso è attualmente applicata con riguardo agli animali di compagnia - hanno precisato i giudici di legittimità -, rispetto ai quali è usuale, e ritenuta espressione di civiltà, la pratica di determinarne farmacologicamente la morte in caso di malattie non curabili. Nei confronti degli esseri umani, invece, operano i principi espressi dalla Carta costituzionale, finalizzati alla solidarietà e alla tutela della salute». 

«Nella attuale coscienza sociale il sentimento di compassione o di pietà è incompatibile con la condotta di soppressione della vita umana verso la quale si prova il sentimento medesimo - ha concluso la Suprema Corte -. Non può quindi essere ritenuta di particolare valore morale la condotta di omicidio di persona che si trovi in condizioni di grave ed irreversibile sofferenza fisica». 

(Leda Mocchetti)