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Dalla parte di... Caino

Tutti addosso, al punto da pensare che non si voglia nemmeno più la notizia (come invocata qualche giorno fa), ma solo la scusa per esercitare quel sentimento carico di denigrazione che mina l'animo umano in questi casi. 

Noi, come altri, abbiamo pubblicato l'arresto di un giovane legnanese in ambito di controlli sulla detenzione di droga, attraverso un comunicato inviato dalle Forze dell'Ordine. Non ci sono state fornite le generalità del protagonista. Non vengono mai date in situazioni di questo genere. Nessuno, quindi, poteva immaginare chi fosse quel ragazzo beccato con le mani nella marmellata. 

Dieci giorni dopo, incomincia a circolare un post sui social. Si scatena la dirompente forza del web. Tutti a caccia del colpevole, del figlio di papà, del politico non entrato in consiglio comunale.

Immediata l'accusa. I giornalisti tacciono. Perchè amici. Perchè il papà è conosciuto e non bisogna "disturbarlo". Perchè timorosi di chissà cosa.

Sollecitati da più parti, anche noi ci siamo mossi. Abbiamo inquadrato la situazione e abbiamo deciso di far appello al codice etico al quale siamo tenuti dall'Ordine cui apparteniamo. Infatti, quando abbiamo saputo della "non menzione" della sentenza, della pena lieve, della personalità del condannato (non si tratta di un pubblico ufficiale e nemmeno di un personaggio così... pubblico), abbiamo optato per lasciare la notizia originale, senza aggiungere altro, come per tutti i protagonisti di simili, tristi storie. Insomma, la qualifica data dal web al ragazzo come "figlio di papà", almeno a noi, non bastava per andare oltre.

Un solo dispiacere. Oltre al protagnista, altre persone potrebbero essere state considerate conivolte ingiustamente nella vicenda, proprio perchè sono mancate informazioni più precise e dettagliate. Ne siamo dispiaciuti.

Al lettore il giudizio finale da che parte stare. Noi, in questo caso, comunque, dalla parte di... Caino.

(Marco Tajè)