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Delpini al rinnovato oratorio di Canegrate: "Qui si impara a sperare"

«L'oratorio è un luogo dove si impara a sperare». Lo ha detto Mario Delpini, arcivescovo di Milano. E lo ha detto davanti ai tantissimi ragazzi del centro parrocchiale di Canegrate. L'occasione è stata quella della cerimonia di benedizione dei locali rinnovati: salone del bar, cucina, bagni interni ed esterni e pavimentazione esterna. Numerose, questa sera (mercoledì 12), le persone che si sono riunite negli spazi di via Bandiera per l'inaugurazione alla presenza di Delpini. Tra di loro anche il sindaco Roberto Colombo.

I bimbi e i ragazzi dell'oratorio - capitanati da don Andrea - hanno cantato e ballato per l'arcivescovo, a cui poi un adolescente e un giovane hanno posto due domande sul mondo dell'oratorio. «Do quattro indicazioni per vivere l'oratorio ed essere cristiani sia dentro che fuori - ha spiegato l'arcivescovo, che ha alternato momenti di riflessione a informali battute che hanno divertito grandi e piccini -: convinzione (senza di Lui non possiamo fare niente), regola di vita, comunità e immagine, ossia che le persone che vanno all'oratorio devono considerarsi come scintille e uscite dall'oratorio devono essere capaci di incendiare il mondo con la loro scintilla».

«E' davvero bello vivere questa celebrazione - l'intervento di don Gino, parroco di Canegrate -. Siamo proprio contenti che lei, Eccellenza, sia qui con noi. Dietro quello che si vede questa stasera c'è tanto lavoro, impegno, passione, convinzione e fede che hanno portato tante persone a collaborare a questa ristrutturazione dell'oratorio. È stata una scelta molto impegnativa, sia dal punto di vista pastorale, tecnico, che economico. I locali sono fatti, ora tocca a noi dare un'anima all'ambiente». E da don Gino non è mancato nemmeno un ringraziamento a monsignor Delpini per la scelta di inviare a Canegrate un nuovo sacerdote una volta che don Andrea dovrà lasciare la cittadina in autunno: «ci impegneremo seriamente per non sciupare questo dono di Dio che Lei ci ha fatto».

(Chiara Lazzati)